Art Bag alfanumerico esplora attraverso il lavoro di dieci artisti, alcune inclinazioni contemporanee ad usare segno, parola e numero all’interno dell’opera visiva. Il testo che Lorenzo Madaro ha scritto per questa edizione, bene inquadra storicamente queste tendenze. Abbiamo scelto di tematizzare ogni edizione per dare una struttura al racconto delle diverse tendenze, ma è naturalmente possibile tessere fra le opere tantissimi fili di pensiero e connessioni: anche qui sta il piacere di costruire la propria collezione!

Il nostro intento è quello di stimolarvi attraverso la curiosità ad approfondire la conoscenza degli artisti che partecipano ad Art Bag e a ‘navigare’, con uno ZAPPING RAGIONATO, nel mondo dell’arte del presente, con artisti riconosciuti in Italia e all’estero e storicizzati ed altri emergenti e meno conosciuti ma ugualmente validi, di generazioni, geografie e tecniche diverse, tutti impegnati a raccontarci la loro personale visione del mondo.

Ogni numero crea una piccola rete espositiva temporanea da esplorare, ed apre spazi di dialogo e confronto fra generazioni, stili, soggetti e media.

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Segni, lettere, numeri, una possibile panoramica

Le arti visive ci hanno insegnato che non esistono confini culturali, geografici e attitudinali. E neppure metodologici. Soprattutto quando l’opera – un territorio complesso e stratificato di senso – è stata concepita con sguardo espanso e una specifica destinazione: la pluralità, dei sensi e dei linguaggi. Quando la scrittura e i numeri entrano nel display dell’opera, spesso il senso si allarga, le prospettive si ampliano entrando in relazione con i codici di altri ambiti. Basti pensare alle esperienze della poesia verbo visiva, che in maniera strutturata ha propugnato, sin dagli anni Sessanta, un netto abbattimento dei confini specifici delle discipline, quelle della poesia (sperimentale) e quelle della visualità (ma non dimentichiamo i paroliberi futuristi e neppure Marcel Duchamp). Durante una conferenza del 2014 all’Accademia di Belle Arti di Roma, un protagonista assoluto del panorama italiano e internazionale (anche a livello propriamente teorico), Lamberto Pignotti, ha espresso la problematica in cui è incorso – con i suoi compagni di strada – praticando di tale istanza, ovvero la grande difficoltà che gli specialisti delle differenti aree (poesia e arti visive, appunto) hanno espresso nel momento in cui gli autori della poesia visiva hanno esordito con impegno e continuità nel contesto culturale del tempo. D’altronde la classificazione fredda delle cose è sempre stata una prerogativa degli accademici, almeno nel nostro paese. I protagonisti del Gruppo 63 e del Gruppo 70 con le rispettive operatività hanno abbattuto per sempre i muri tra le differenti aree d’indagine, includendo anche le esperienze del corpo (poesia motoria), dei sensi, mediante l’olfatto e il tatto. Li cito senza uno specifico ordine, anche perché sono nomi legati a differenze aree d’indagine della poesia verbo-visiva: Eugenio Miccini, Tomaso Binga, Mirella Bentivoglio, Giovanni Fontana, Enzo Miglietta, Ugo Carrega, Lucia Marcucci e Luciano Ori, tra gli altri, ci hanno insegnato i significanti ampi di queste aree di ricerca, utilizzando differenti metodi e medium per esprimere formalmente il loro pensiero, dal libro d’artista all’azione performativa. Ma, a pensarci bene, l’utilizzo della scrittura nella storia delle immagini è una vecchia storia, declinata con differenti vocazioni sin dal Medioevo, quando nei grandi cicli di affreschi non mancavano ammonimenti, dichiarazioni, vere e proprie scritture parietali che completavano il senso stesso dell’apparato iconografico. O nei codici miniati. Così come i cubisti (pensiamo ai collage picassiani e a quelli di Braque), i Dadaisti e, per arrivare agli anni Sessanta, gli artisti della Pop con le insegne del consumismo dilagante tra America ed Europa: in differenti fasi del XX secolo la scrittura e i numeri hanno avuto un importante ruolo di ridefinizione dello spazio dell’opera stessa. E del senso, ovviamente, non limitandosi ad assumere caratteri esclusivamente formali.

Pensiamo al lavoro di Roman Opalka – «Ho cominciato a dipingere il tempo perché credo che dopo l’Impressionismo la pittura figurativa sia finita» – ha precisato l’artista –, rigoroso, poetico e insieme volutamente asettico; o ai segni e ai numeri tracciati su grandi superfici telate da Giorgio Griffa in oltre quattro decenni. O allo straordinario alfabeto colorato, legato alla parola e ai suoi sensi nello spazio e nel tempo, di Alighiero Boetti. Poi c’è la scrittura politica di Fernando De Filippi, che sul finire dei Sessanta e per quasi tutto il decennio successivo riflette sul senso degli scritti politici di Marx e indaga il rapporto tra arte e politica e tra arte e socialità, anche espandendo i propri interventi nello spazio pubblico con affissioni selvagge in giro per il mondo. Poi ci sono i numeri di Fibonacci, che per Mario Merz – attraverso l’ausilio del neon – hanno avuto un ruolo paradigmatico anche all’interno delle strutture degli igloo, architetture senza tempo, che uniscono primordialità e contemporaneità in un solo respiro formale e spirituale. E se Emilio Isgrò ha cancellato la scrittura – evidenziando, come nel caso di alcuni testi specifici, solo alcune parole ricche di significati plurimi –, Maurizio Nanucci – anch’egli con il neon – ci suggerisce frasi profonde sul senso dell’arte e della vita. Ed ancora Vincenzo Agnetti, Joseph Kosuth e Aldo Spinelli – una figura di intellettuale appartato ma ricco di senso, che opta per l’ironia, in chiave concettuale –, ma l’elenco è davvero infinito (e non dimentichiamoci del grande Gianfranco Baruchello, per esempio) e quindi impossibile riportarlo in questi appunti per Art Bag. D’altronde la scrittura delle parole e dei numeri è un gesto che appartiene al quotidiano di ciascuno di noi e gli artisti, con visioni differenti, hanno stabilito specifiche relazioni con essa. Anche nel presente. Loredana Longo propone lapidarie frasi sulla politica e la situazione sociale di una contemporaneità espansa, incidendole (con il fuoco) su tappeti o arazzi. Marinella Senatore: grandi e coloratissimi stendardi – il concept è preso in prestito dalle processioni religiose del sud, al cui immaginario l’artista guarda con passione – accolgono frasi che invitano alla lotta e alla rivoluzione. Julian Rosefeldt di recente, per una mostra alla Fondazione Memmo di Roma, ha fatto ricamare sulle gualdrappe gli articoli della Costituzione italiana dedicati all’uguaglianza. Alessio De Girolamo proprio in questi mesi sta costruendo un proprio alfabeto, costituendo un’archeologia del linguaggio, meditata e densa di prospettive, attraverso la quale ripartire con un grado zero del discorso.
Lorenzo Madaro, gennaio 2019